Un Padre per tutti

Fushë Arrëz è una cittadina di quattromila abitanti della regione di Pukë, a quasi due ore da Scutari, a nord dell’Albania.

Arrivandoci, dalla strada, mi accolgono alberi alti e belli, colline rosse con dolci pendii, case sparse nei vari villaggi a volte nascosti. Poi ecco la strada principale, con i palazzoni voluti e costruiti dal regime, i piccoli immancabili bar, l’hotel principale, il benzinaio e il forno da cui fuoriesce sempre il profumo del pane fresco.

Poi c’è la chiesa, bella e grande, di fronte proprio ai palazzoni del regime un po’ squallidi e tristi.

Qui svolgono la loro missione di vita e di fede padre Andreas, un cappuccino tedesco della provincia di Puglia, e suor Grazia, suora tedesca dal sorriso quasi italiano.

Aiutano materialmente i poveri, gestiscono un’infermeria, curano i bisogni spirituali degli abitanti della cittadina e dei tanti villaggi che le orbitano attorno, spesso isolati.

Padre Andreas conosce quasi tutti (se non tutti) i suoi fedeli e partecipa personalmente alle benedizioni delle case in estate, quando ospita i frati cappuccini e i volontari nella casetta di Cryezi, uno dei villaggi del territorio che gli è stato affidato.

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A padre Andreas si rivolgono tutti per i bisogni più urgenti e non solo. Padre Andreas infatti ha costruito a nuovo case, ha aggiustato tetti, ha fornito assistenza e portato nuova vita alle spesso numerose famiglie che abitano le sue montagne a volte in condizioni difficili.

La missione estiva lo aiuta proprio in questo: far sentire la sua presenza, anche se attraverso gli amici frati, informarsi delle necessità delle famiglie, chiedere come stanno tutti, se ci sono nuovi problemi, se i ragazzi studiano, se qualche figlio è emigrato ancora, se la mucca fa sempre tanto latte, se il granturco sarà buono, se va tutto bene.

E poi, nel pomeriggio, con i ragazzi, con i bambini, i giovani e anche gli adulti, il catechismo tanto atteso perché motivo di incontro e di gioco dopo l’ascolto.

Nei quasi dieci giorni trascorsi in questi luoghi, ho maturato la consapevolezza dell’importanza della presenza, della disponibilità all’ascolto, dell’esserci comunque, anche senza conoscere la lingua, con un sorriso, un palloncino e un gioco a palla.

Nelle belle mattinate trascorse spesso con fra’ Gjon a benedire le case, tante volte ho recitato il Padre Nostro in albanese. Delle volte le parole della preghiera sono state come una carezza dei tanti bimbi trovati nelle culle tradizionali, altre volte sono state degli schiaffi di fronte all’abbandono e alla povertà, altre ancora sono state la speranza dei sorrisi dei bimbi, altre ancora la bellezza delle rughe delle anziane donne al lavoro con gli abiti tradizionali.

Tra tutti i momenti vissuti a Fushe Arrez, voglio ricordare un Padre Nostro speciale, recitato l’ultimo giorno, in un villaggio isolato, perso tra il verde, in una casa di musulmani. La proprietaria della casa ci ha accolti con il sorriso e la gioia e, pur non essendo cattolica, ha accettato di buon grado di pregare insieme il nostro unico Dio, con le nostre parole che ben conosceva.

Le emozioni provate in quel momento ecumenico così spontaneo e sincero, non le so spiegare. Ho solo pensato a come era bello essere lì e chiedere al Signore di liberarci dall’odio e dal male del mondo, cristiani e musulmani uniti dal pane quotidiano nella terra benedetta d’Albania.

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Il mistero dell’estate

Sulla spiaggia della torretta, quest’estate è apparso un masso.

Ma un masso grande, proprio al centro della spianata. Io me ne sono accorta i primi di giugno, quando ho cominciato i primi bagni, ma chissà da quanto tempo è lì.

E soprattutto chissà come ci è arrivato.

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Mano a mano che la spiaggia si riempiva con l’avanzare dell’estate, mi colpivano gli sguardi prima stupiti e poi curiosi dei bagnanti che notavano la presenza ingombrante del masso.

Si discuteva tra gli asciugamani, si facevano le ipotesi più diverse: c’è chi diceva che è venuto dal mare, che lo hanno portato lì con una gru, che è un pezzo di un meteorite, che lo hanno portato gli alieni, che è uno dei massi avanzati dal nuovo lungomare, che è un pezzo di scoglio che si è staccato, che si è materializzato all’improvviso di notte, che ha qualcosa di soprannaturale..

Qualcuno invece voleva chiamare i vigili, altri volevano scrivere ai giornali, altri ancora lo guardavano con sospetto e non gli si avvicinavano.

Ma, con il passare dei giorni, ci siamo tutti un po’ abituati al masso.

Pare che sia diventato un pezzo di arredo ormai accettato da tutti.

I bambini lo usano per giocare e per poggiarvi le cose, i grandi ci si siedono quando la spiaggia è piena. Alcuni lo usano per poggiare magliette bagnate da asciugare al sole, altri per dare indicazioni agli amici (“sono a destra del masso, con la mano alzata!”).

Insomma, l’uomo ha saputo accogliere il masso nel’habitat della torretta come se ci fosse sempre stato. E, chissà, ne sentiremo la mancanza quando non ci sarà più.

Perché, si dice in giro, alla fine dell’estate tornerà da dove è venuto…anche se il posto da cui è venuto è ancora un mistero.

A come alba a Giovinazzo

Ho conosciuto una volta una persona che non credeva possibile che a Giovinazzo si potessero vedere l’alba e il tramonto, per giunta dallo stesso posto. Invece è vero.

Ma se il tramonto è per tanti, l’alba è per pochi, fortunati, inconsapevoli e non, coraggiosi.

Mi piace andare a vedere l’alba almeno una volta l’anno, in estate; ogni volta è uno spettacolo di pace e forza diverso.

Stamattina ci sono andata di nuovo; abbiamo preso appuntamento con il sole alle 5.30, ma già dalle 4.45 l’aurora illuminava la notte e il cielo si rischiarava di rosa.

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Non eravamo sole io e la mia amica questa volta. Alla torretta e in giro c’erano tante persone che avevano fatto la nottata: tre ragazze un po’ allegre che poi abbiamo lasciato abbandonate sulla roccia addormentate, un pescatore, una coppia che parlava con una bottiglia di alcool da svuotare e non si curava dello spettacolo che veniva loro offerto dalla natura. Sui marciapiedi i resti delle pizze e delle bevute serali.

E di fronte, ancora tanti giovani. Mi sono fermata a pensare alla loro serata precedente, ai balli, alle canzoni urlate, ai baci rubati e donati, ai loro sogni. Si saranno realizzati alla luce del giorno?

O i raggi del sole li avranno sbiaditi e portati via?

Anche io ho i miei piccoli sogni; alcuni vanno oltre quello stesso mare dal quale vedo sorgere la palla di fuoco che ci dà la vita.

Torno a casa.

Nell’inno delle lodi mattutine trovo le parole che danno un senso alla giornata di oggi:

“L’aurora inonda il cielo di una festa di luce,

e riveste la terra di meraviglia nuova.

Fugge l’ansia dai cuori,

s’accende la speranza:

emerge sopra il caos un’iride di pace.”

Ad ogni nuovo inizio.

Ricomincio da qui

“Ho capito una cosa importante: per diventare un bravo bambino bisogna aiutarsi l’uno con l’altro”. Questo dice Pinocchio nella parte finale delle sue avventure. Questo l’insegnamento che fra’ Giuseppe, fra’ Matteo e le maestre della scuola “Beato Zeferino” di Scutari hanno voluto dare ai piccoli magjypë in questo secondo anno dell’oratorio organizzato nelle casette del Villaggio della Pace.

Io ho avuto la possibilità e la fortuna di esserci ancora, per imparare anche io da Pinocchio a stare insieme a loro, ad adeguarmi alla loro vita, alla loro gioia, alla loro vitalità, alla loro irruenza, alla loro energia, alla loro voglia di vivere e di sorridere al mondo.

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Sono stati giorni splendidi, con le scenette, i giochi, i laboratori, i canti, i balli, gli animatori albanesi, i frati e la bellezza del paesaggio albanese.

Trasportata nel loro mondo, ho sentito subito il contrasto rispetto alla mia vita dei giorni che hanno preceduto la mia partenza. Ed è stato un contrasto rigenerante. Ogni mattina eccoli arrivare con le loro corse trafelate, con gli abbracci e le grida, con i loro sorrisi mozzafiato.

D’improvviso, ancora una volta, mi rendevo conto che avevo tutto ciò che desideravo.

Elham che non sta mai fermo, Orgito dalla pelle e gli occhi scurissimi, Enes e Nerti che volevano sempre giocare a pallone, Melina precisissima con i laboratori, Gladiola la ballerina, Clarissa la nostra piccola luce, Joanna la danzatrice del ventre, Paula bellissima con le sue fossette, Lori sempre disponibile e gentile, Besart che comincia a ballare appena sente la musica, Kristian il piccolo grande uomo, Alexandra, Giuly e Rita, le piccole gabel finalmente con noi.

E la piccola Gena, una bimba sorda che non sa parlare di cui mi sono letteralmente innamorata.

Come si poteva infatti resistere al suo sorriso, ai suoi abbracci, ai suoi gesti, ai suoi gemiti, ai suoi occhi?

Un giorno le ho regalato il mio braccialetto brasiliano che simboleggia proprio l’amore, quello con la base rossa. Le ho regalato un po’ del mio cuore e mi sono portata a casa un po’ dei suoi occhi, del suo sorriso, della sua vitalità.

 

Ricomincio proprio da lei e da tutti gli altri bimbi la mia vita di tutti i giorni. Ricomincio dalla loro forza, dai loro sguardi, dalle loro case, dalle loro mani, dai loro abbracci, dalla loro semplicità.

Ricomincio da questi miei fratellini che mi porto nel cuore. E voglio dire a tutti che bisogna aiutarsi l’uno con l’altro anche per diventare brave persone, bravi uomini e brave donne.

Non si può prescindere dall’altro nel percorso della vita. I piccoli magjypë e i piccoli gabel me lo hanno insegnato.

Ricomincio da qui, ricomincio con loro, uniti da un filo d’amore invisibile ma forte, fortissimo.

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S come SuperSpeciali

Se mi chiedessero come è stato per me questo anno scolastico, io risponderei con una parola sola: felicità!

Perché quando si fa quello che si ama, non si può non essere felici.

E io sono davvero fortunata perché sono un’insegnante e un’insegnante di sostegno.

Sono la prof più fortunata del mondo perché ho uno studente unico: è lo studente che ho scelto di seguire a settembre nonostante il parere contrario di molti.

Ma io avevo cominciato una strada con lui e gli avevo promesso che avremmo continuato insieme il nostro cammino se mi fosse stato possibile farlo.

Soprattutto perché ero io che avevo bisogno di lui.

E come faccio a non essere felice se ogni giorno sto accanto a un sorriso come il suo? Come faccio a non sorridere alla vita se lui mi aspetta ogni giorno con un abbraccio?

Come faccio a non essere felice se lavoro in una scuola che fa dell’inclusione il più importante dei suoi obiettivi?

Insomma, sì, sono la prof più fortunata del mondo e vado a scuola a imparare ogni giorno qualcosa in più dal mio studente speciale, dai suoi compagni di classe, dai colleghi tutti.

Quest’anno, per il suo compleanno, gli ho regalato una maglietta con il logo di Superman.

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Perché davvero per me è un supereroe che mi fa rendere semplici le cose che sembrano difficili, perché non c’è stato giorno in cui non ci siamo divertiti insieme e mi ha strappato un sorriso, perché la sua curiosità per la vita è contagiosa. Perché mi rende più giovane lo stare con lui e mi rendo conto che ogni sfida si può superare se non siamo soli.

Cosa succederà l’anno prossimo? Spero che staremo ancora insieme!

SuperMelino…tu che hai i superpoteri, fai in modo che questo avvenga!

Nel frattempo ci rivedremo ancora qualche giorno mentre tu farai il tifo per me per tutto quello che succederà quest’estate, lo so.

Con te, anche io divento SuperMelina, anche io divento Speciale. Insieme, tutto è possibile!

Rinascere alla vita

Mi ricordo ancora le sensazioni provate da bambina quando la mia catechista ci raccontò la storia di Lazzaro: stupore, meraviglia, ma anche paura. Mi concentravo infatti sulla morte, sul mistero di quei quattro giorni trascorsi nel sepolcro, sulle bende avvolte ai polsi e alle caviglie…e avevo paura.

Invece stamattina, mentre a messa riascoltavo per l’ennesima volta questo episodio del Vangelo, ho pensato a tutti gli altri aspetti di questo racconto bellissimo in cui si celebra la Vita e non la morte, l’Uomo e non il soprannaturale, come erroneamente pensavo da piccola.

E’ infatti la storia di un’amicizia umana tra Gesù e il suo amico Lazzaro, un’amicizia bella, sincera, che vive anche se i due non si vedono regolarmente. Chissà cosa si dicevano i due quando si incontravano, se ritornavano al passato trascorso insieme, alle corse fatte da bambini, alla polvere sollevata durante le liti, ai lanci delle pietre, ai tramonti visti assieme. O se si sono conosciuti da adolescenti o da adulti, chissà come sarà stato il loro primo incontro e come sarà nato il loro legame.

Chissà, forse Gesù prima di diventare pescatore di uomini, prima di partire per il suo viaggio, gli avrà parlato; si sarà confidato con lui e gli avrà raccontato dell’inquietudine che sentiva nel suo cuore, del bisogno di lasciare tutto e cominciare una nuova vita di cui forse non sapeva ancora nulla, del suo sentirsi chiamato a qualcosa che non sapeva definire e dei suoi dubbi, delle sue paure. Chissà chi dei due era il più allegro e burlone…chi chiacchierava di più e chi invece era il più bravo nella sinagoga.

E poi, quando Gesù passava da casa sua, forse si abbracciavano e scherzavano bevendo un bicchiere di vino…e forse facevano delle lunghe passeggiate mentre Marta e Maria preparavano la cena.

E’ la storia di tanta umanità, del riscatto di Marta che dimostra di avere tanta fede nonostante non avesse scelto la parte migliore, è la storia delle lacrime umane di Gesù davanti al sepolcro.

Il Vangelo ci lascia poi sospesi, l’Autore non scende nei particolari, non ci dice cosa è successo dopo, se Lazzaro ha chiesto perché, se la sua vita poi è proseguita ancora per tanto tempo ancora, se gli è bastato guardare Gesù negli occhi per capire tutto o se già aveva compreso, se già prima sapeva e credeva.

Sappiamo solo che Gesù riporta alla Vita il suo amico Lazzaro e che lui è libero di andare. La morte non c’entra nulla in questo racconto, non quella fisica. O almeno è quello che io ci voglio vedere oggi.

Mi piace molto così, pensare al fatto che il Signore ci viene a prendere quando moriamo alla vita, quando ci allontaniamo, che lui soffre quando tradiamo la sua amicizia, proprio come ha fatto con Lazzaro, ma che è lì, pronto a credere sempre in noi e a domandarci se noi crediamo in Lui.

Gli basta un sì, anche detto così, nel momento emotivo più forte, per ricominciare tutto daccapo, come nelle Amicizie vere, per dimostrarci che il suo Amore è davvero infinito e possiamo provare a dare senso alla nostra vita se accettiamo di far rotolare quella pietra ed essere liberi.

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Un Amore da Condividere

In Albania ho una nuova famiglia, quella dei frati Cappuccini di Puglia.

Ogni volta che li raggiungo mi sento infatti accolta, non come un’ospite speciale, ma come un’amica di famiglia a cui è permesso di ascoltare le conversazioni a tavola o dopo la cena, ma anche a cui è chiesto di lavare i piatti e dare una mano per la casa, senza imbarazzi.

Un’amica a cui è aperta la casa e il cuore di ognuno.

E all’improvviso ecco che la famiglia si allarga…arriva un altro amico, una famiglia intera, il gruppo giovani, i ragazzi del quartiere di Tarabosh, volontari di passaggio…

Le lenzuola sono subito pronte, si aggiunge uno o più posti a tavola e sono anche io lì a fare gli onori di casa.

Con questi fratelli vivo insomma la vera accoglienza e la imparo ogni volta.

E quello che mi sorprende sempre è l’attenzione donata ad ogni nuovo ospite: una parola, una domanda, un pensiero speciale per ognuno.

Tutti uguali e tutti unici: un miracolo che forse solo la vera fraternità riesce a realizzare, la disponibilità ad aprirsi al prossimo, senza interessarsi delle differenze che ci caratterizzano.

E’ la magia di questa Famiglia, che a me piace chiamare Amore, un amore che vive in ognuno di loro, dal più giovane al più anziano, un Amore che li ha conquistati e che, mi hanno insegnato, si chiama Dio.